Colloquia Clio: “The re-use and copying of images in 17th century microscopy”, conferenza di Sietske Franken (Milano, 26 febbraio 2024)

Lunedì 26 febbraio 2024 si è tenuto il terzo incontro del ciclo di colloquia Clio (Centre for visuaL histOry), “Imagines: usi e riusi di materiale visivo in Europa”, con la presentazione della professoressa Sietske Fransen dal titolo The re-use and copying of images in seventeenth-century microscopy.

La relatrice, research group leader del progetto “Visualizing Science in Media Revolutions” presso la Biblioteca Hertziana, ha ottenuto il suo PhD presso il Warburg Institute e ha poi lavorato presso il Max Planck Institute fur Wissenchaftgeschichte e presso la Cambridge University all’interno del progetto “Making Visible: The visual and graphic practices of the early Royal Society”. I suoi principali interessi di ricerca riguardano l’uso della traduzione e del linguaggio, le pratiche di copia e di riproduzione e il ruolo di stampe e disegni nella microscopia della prima età moderna. Riguardo a questi temi ha pubblicato nel 2019 un lavoro sulla rivista «World&Image», in collaborazione con Sachiko Kusukawa e Katherine Reinhart, dal titolo Copying images in the archives of the early Royal Society all’interno del numero monografico The practice of copying in making knowledge in early modern Europe[1]. L’intervento è stato introdotto dalla professoressa Giulia Giannini, docente di storia della scienza e della tecnica e principal investigator del progetto ERC Tacitroots.

La presentazione della professoressa Fransen ha preso le mosse dalla mostra “Crawly creatures. From horror to wonder” tenutasi nell’autunno 2023 presso il Rijksmuseum di Amsterdam. L’esposizione aveva l’obiettivo di contribuire a cambiare la prospettiva su insetti e piccoli animali che, considerati come i più piccoli e superflui dell’ecosistema, in realtà vi assumono una particolare rilevanza. Il manifesto di promozione della mostra di Amsterdam riporta un’immagine ripresa dalla Micrographia[2] di Robert Hooke (1665), risultato di anni di ricerche di microscopia da lui condotte. Tuttavia la Micrographia non fu il primo libro in cui l’indagine al microscopio venne utilizzata come metodo conoscitivo, ma sicuramente si trattò della prima ricerca dall’elevato impatto visivo.

Le immagini di R. Hooke divennero un punto di riferimento per tutti coloro i quali si approcciarono all’indagine microscopica nel XVII e XVIII secolo. Ad esempio, immagini simili compaiono nella Micrographia Nova[3] di Johan Friedrich Griendel Von Ach (1687); e anche Antoni van Leeuwenhoek divulgò i suoi studi sull’osservazione della mosca al microscopio nel 1694 pubblicando il Vierde vervolg der Brieven[4]. Se quindi il tema rimase il medesimo, cambiò tuttavia la modalità di rappresentazione: infatti, nella Micrographia e nella Micrographia Nova la mosca venne rappresentata a doppia pagina, mentre nel Vierde vervolg der Brieven era relativamente piccola e circondata dagli ingrandimenti delle sue parti anatomiche. Tra R. Hooke, J. F. G. Von Ach e A. van Leeuwenhoek ciò che cambiava era anche lo strumento utilizzato per le proprie indagini microscopiche: i microscopi di R. Hooke e di Von Ach erano molto simili tra loro, nonché molto più grandi e composti da diverse lenti, mentre quello di van Leeuwenhoek era di dimensioni assai ridotte e formato da una singola lente.

Le raffigurazioni presenti nella Micrographia di R. Hooke continuarono ad essere replicate non solo nel XVII secolo ma anche nel XVIII secolo; ad esempio, nel 1709 Filippo Buonanni, in relazione ai suoi studi microscopici, pubblicò il Musaem Kircherianum[5], opera composta da quaranta pagine di testo e trenta pagine di immagini, tutte copie di rappresentazioni microscopiche del XVII secolo. Si è dunque provato ad indagare le ragioni per cui queste immagini vennero ricopiate e per quale motivo si scelse di modificare formato e qualità rispetto all’originale.

Questa pratica di riproduzione non riguarda solamente le prime indagini microscopiche, ma anche altre tipologie di raffigurazioni presenti negli archivi nella Royal Society. Un esempio è la lettera di Christiaan Huygens del febbraio 1663 in cui esponeva il funzionamento di un motore pneumatico, argomento a cui i membri della Royal Society erano altamente interessati; per questo motivo, vennero realizzate tante copie del disegno di C. Huygens per essere utilizzate nelle riunioni collettive come strumento per l’indagine scientifica. Questa pratica attesta la centralità della riproduzione iconografica come parte integrante dell’attività sperimentale della Royal Society. A riprova dell’importanza dell’elemento visuale, sono stati recentemente portati a termine due importanti progetti di digitalizzazione delle immagini presenti negli archivi della Royal Society: il primo (https://pictures.royalsociety.org/home) contiene le sole immagini mentre il secondo  (https://makingscience.royalsociety.org) riporta la digitalizzazione delle intere carte, per consentire l’inserimento delle immagini nel loro contesto e quindi la comprensione del rapporto con il testo scritto. La relatrice non ha mancato di sottolineare l’importanza di studiare il rapporto tra immagini e testo.

In conclusione di queste prime considerazioni introduttive, Sietske Fransen, nell’ambito del lavoro uscito per «World&Image» con K. Reinhart e S. Kusukawa, ha riassunto in cinque punti chiave la funzione che ricopriva la pratica di copia e la riproduzione delle immagini all’interno della Royal Society:

  1. facilitare una pratica scientifica collaborativa;
  2. comunicare le caratteristiche essenziali di un argomento;
  3. mostrare una prova per un fenomeno raro;
  4. stabilire una priorità per l’invenzione di un’idea;
  5. preservare la nuova conoscenza acquisita.

Dopo questa prima introduzione di carattere metodologico, la professoressa Fransen ha cominciato ad esporre il proprio caso di studio: la rappresentazione delle api nel XVII e XVIII secolo in seno alle prime ricerche di microscopia.

È noto che siano stati gli insetti i primi oggetti di studi microscopici ad essere riprodotti; un esempio della risalente riproduzione iconografica degli insetti si ritrova nel quadro di Joris Hoefnagel, Insects and the Head of a Wind God (1590-1600), conservato presso il Metropolitan Museum of Arts di New York. Osservando il quadro è possibile vedere come le ali delle api rappresentate siano estremamente precise e dettagliate e questo ci fa pensare che Hoefnagel avesse avuto modo di osservare l’ape da molto molto vicino, utilizzando un microscopio.

Nel 1625 viene pubblicata la Melissographia, una tavola rappresentante tre api in tre pose differenti: una prona, una di lato e una supina. Nella parte basse dell’immagine è rappresentata la sola testa dell’ape con accanto tutte le parti del corpo che compongono l’ape intera. Questi dettagli dimostrerebbero l’utilizzo del microscopio nell’osservazione e nella riproduzione su carta dell’ape.

Una copia di questa immagine può essere trovata in Persio tradotto[6] di Francesco Stelluti (1630) in cui vediamo le stesse immagini della Mellisographia ma con più dettagli e una piccola descrizione delle parti anatomiche dell’ape e del metodo di osservazione.

Anche R. Hooke era interessato alle api: egli infatti, nella Micrographia, rappresenta il pungiglione di un’ape ma in formato molto più grande, a pagina intera, e con diversi ingrandimenti delle singole parti che lo compongono. Nel 1673 anche Antoni Van Leeuwenhoek osserva al microscopio lo stesso oggetto riprodotto da R. Hooke e ne restituisce un’accurata descrizione iconografica nel vol. 8, n°97 delle Philosophical Transactions. È importante sottolineare come non si tratti solamente di un processo di copia e di riproduzione di immagini ma soprattutto di un dibattito riguardo al miglioramento della capacità di osservazione mediante e gli strumenti, dando luogo a maggiori possibilità di accrescimento della conoscenza.

Uno dei dettagli su cui si concentra molto la microscopia del XVII secolo per l’indagine sulle api sono gli occhi. Questo è un tema che la Professoressa Fransen sta portando avanti all’interno del progetto “Visualizing the Unknown” in collaborazione con biologi, storici dell’arte e storici della scienza per cercare di indagare gli esperimenti di microscopia del XVII secolo e cogliere il nesso tra la spiegazione visuale e quella testuale di ciò che si stava osservando. Una prima descrizione degli occhi delle api è fornita da Antoni van Leeuwenhoek in una lettera del 1694 indirizzata alla Royal Society, nella quale venne illustrato anche il metodo con cui lo studioso è riuscito ad osservarli al microscopio. Grazie a queste informazioni è stato condotto un esperimento, utilizzando l’apparecchio di Musschenbroeck, per capire effettivamente cosa fosse possibile osservare con un microscopio del XVII secolo: i risultati sono stati alquanto scarsi, dal momento che si riesce a vedere l’intero occhio, ma non tutti i dettagli riportati da A. van Leeuwenhoek, il quale, invece, affermava di aver visto nell’occhio dell’ape una struttura simile a quella di un alveare.

Si è dunque pensato di confrontare tale descrizione con quanto osservato da altri scienziati. R. Hooke, riferendosi all’occhio della mosca, scrisse che «was all conver’d over, or shap’d into a multitude of small Hemispheres, plac’d in triangonal order». Anche Johannes Swammerdam in Bybel der nature[7] (1737) osservò al microscopio l’occhio di un’ape e così lo descrisse «the eyes of bees, and of most other insects, in this way considered, look like a true net structure».

In conclusione, se si osservano le immagini e le strutture dell’occhio dell’ape proposte da R. Hooke, A. van Leeuwenhoek e J. Swammerdam, cioè ad «hemisphere», «honeycomb» e «net structure», si può notare come queste rispondano a tre diverse modalità di spiegazione e comunicazione della struttura degli occhi degli insetti. L’obbiettivo retrostante alla realizzazione di copie delle rappresentazioni visive delle osservazioni, dunque, non era fine a sé stesso, ma funzionale all’incremento delle conoscenze tramite la ricerca scientifica. La pratica di copiare le immagini mostra l’utilizzo di queste ultime come riferimento e come fonte di autorità. Le raffigurazioni contenute nella Micrographia di R. Hooke divennero infatti uno strumento per chi si avvicinava all’osservazione microscopica per la prima volta; erano utilizzate come base di partenza per riconoscere ciò che si stava osservando e confrontare la propria osservazione con gli studi antecedenti. È importante sottolineare, in conclusione, il legame tra le ipotesi precedenti all’osservazione e quanto effettivamente veniva osservato, in quanto la rappresentazione finale era naturalmente frutto dell’unione di questi due fattori. Le immagini non erano dunque pensate per mostrare fedelmente ciò che si stava osservando ma consistevano piuttosto in ipotesi di partenza per future osservazioni ed esperimenti, come base di un dialogo scientifico in continuo divenire.

Gianluca Magro


[1] S. Fransen, K. Reinhart, S. Kusukawa, Copying images in the archives of the early Royal Society, in «World&Image», 35, (2019), 3, pp. 256-276.

[2] R. Hooke, Micrographia, London 1665, Jo. Martyn and Jo. Allestry.

[3] J. F. Griendel Von Ach, Micrographia Nova, Norimberga 1687, Johannis Ziegeri.

[4]  A. van Leeuwenhoek, Vierde vervolg der Brieven, Delft 1694, Henrik van Kroonevelt.

[5] F. Buonanni, Musaem Kircherianum, Roma 1709, Typis Georgii Plachi Caelaturam Prositentis.

[6] F. Stelluti, Persio tradotto, Roma 1630, Giacomo Mascardi.

[7] J. Swammerdam, Bybel der nature, Leyden 1737, Isaak Severinus, Boudewyn Vander, Pieter Vander.