Ucraina, a due anni dallo scoppio della guerra: comprendere il passato, costruire il futuro – Milano, 26 febbraio 2024


Nell’ambito del corso di Storia contemporanea del professor Mauro Elli, lunedì 26 febbraio 2024 si è tenuta una conferenza intitolata “Ucraina, a due anni dallo scoppio della guerra: comprendere il passato, costruire il futuro”, con la partecipazione della professoressa Simona Merlo, dell’Università di Roma Tre, della professoressa Giulia Lami, titolare del corso di Storia d’Europa contemporanea fra Est e Ovest, e del professore Alessandro Vitale, del Dipartimento di Studi Internazionali, Giuridici e Storico – Politici. L’evento, apertosi con la presentazione del libro “La costruzione dell’Ucraina contemporanea” di Simona Merlo, cadeva non casualmente in un giorno simbolico come l’anniversario dell’attacco da parte della Russia e certamente il libro può essere visto come una chiave di lettura fondamentale per la storia recente, sebbene la professoressa Merlo abbia specificato che l’opera era in cantiere ben prima dello scoppio delle ostilità.

Il professor Vitale ha presentato il volume, inquadrandone il periodo di riferimento e mettendone in risalto le tematiche fondamentali. “Non si può comprendere l’Ucraina contemporanea, e quindi l’Ucraina di oggi, senza comprendere l’Ucraina sovietica”. L’obiettivo del libro è dunque porre delle solide basi scientifico storiografiche in quest’area del dibattito. In particolare, Vitale ha insistito su alcune domande di fondo: Quale Ucraina ottenne l’indipendenza nel 1991? Quale è l’Ucraina che usciva dal periodo gorbacioviano? Domande importanti perché si tratta di un periodo spesso “schiacciato” in un cono d’ombra storiografico, tra un prima e un dopo. “Non è histoire événementielle” – ha richiamato Alessandro Vitale riprendendo dall’introduzione – ma un punto di riferimento obbligato per lo studio, con rimandi a questioni cardine della modernità; il rapporto tra nazionalismo e struttura sovietica, il rapporto fra centro e periferia, la pressione e l’influenza della Russia nella transizione post-sovietica.

Una definizione precisa quindi dell’Ucraina che lascia l’Unione Sovietica permette di affrontare anche la questione della costruzione di una nuova Ucraina. Il libro propone infatti spunti critici fondamentali nell’analisi del processo di “nation building”, sottolineando le decisioni spartiacque della costruzione della statualità ucraina dopo l’indipendenza, quali il prevalere di un incerto etno-nazionalismo. Studiare il caso ucraino, vuol dire avere sottomano un modello che permette di indagare molti aspetti dello stato-nazione, forma statale che viene data per scontata nell’Europa Occidentale, e di come questo possa affermarsi con successo o meno in un’area che difficilmente si presta alla definizione di confini netti corrispondenti a popolazioni etnicamente omogenee. L’alternativa a questa forma “ottocentesca” di stato è rappresentata dalla nazione civica, ovvero la “nazione per consenso” della popolazione verso la statualità che svolge essa stessa una funzione unificatrice. La presentazione di queste progettualità concorrenti è indicativa non solo della natura sfaccettata e mai monolitica della ricerca della modernità, ma è particolarmente esemplificativo di uno stato che presenta grandi differenze regionali, come ha ulteriormente cercato di spiegare il professor Elli richiamando la complessa ricerca di una definizione di identità da parte del movimento nazionale indiano pre-indipendenza.

La professoressa Merlo ha precisato l’impossibilità di ricorrere letture e analisi dicotomiche, che sfortunatamente hanno invece, in passato, contribuito alla costruzione del mito delle “due Ucraine” (una occidentale, cattolica, vicina alla “modernità”, e una orientale, ortodossa, prona al dispotismo). L’intervento dell’autrice ha dunque ribadito l’impossibilità di semplificare (o “semplicizzare”) lo studio di un ente, come l’Ucraina, dalla natura composita. Il conflitto attuale è stato così presentato come un catalizzatore che mette alla prova e rimette in discussione molte scelte prese al momento dell’indipendenza, a partire dal necessario confronto con l’eredità sovietica. La “forma” stessa dell’Ucraina attuale nei suoi confini geografici internazionalmente riconosciuti è frutto infatti di quel periodo, dall’accorpamento staliniano della Galizia dopo la Seconda guerra mondiale all’allargamento alla Crimea nel 1954 sotto Krusciov. A cambiare però è anche il valore dei confini. La professoressa Lami ha puntualizzato che le linee che furono modificate all’interno dell’Unione Sovietica erano infatti confini amministrativi all’interno di un’unica entità statuale, certamente non pensati per essere frontiere di una nazione. Confini quindi che non si ponevano il problema dell’omogeneità etnica delle popolazioni che racchiudevano.

Affrontare il tema del nazionalismo ucraino, vuol dire invece tracciare una storia che affonda le proprie radici nell’Ottocento e che non si esaurisce con l’URSS, come hanno a più riprese ribadito tutti i relatori. Il nazionalismo ha mostrato la capacità di adattarsi e, durante la guerra fredda, si è coniugato con il pensiero comunista nelle élite, riproponendo una forma di nazional-comunismo che sembrava essere stata spazzata via da Stalin. Al contrario, esso è proseguito come un fiume carsico fino all’indipendenza e a questa corrente può essere ascritto il primo presidente dell’Ucraina indipendente. Questo stesso fatto però è indicativo di una linea di continuità per quanto riguarda la classe dirigente tra il prima e il dopo l’indipendenza. Linea di continuità che non è affatto da dare per scontata a livello storico, soprattutto se consideriamo, come ha evidenziato la professoressa Merlo, che esistevano altri circoli “intellettuali” nella repubblica sovietica ucraina che si rifacevano al nazionalismo. Fra questi è stato ricordato il “Ruch” nato negli anni della Perestroika in ambienti accademici a Kiev. Gruppo che però ebbe un ruolo marginale nel periodo di transizione a causa proprio di quella forte continuità degli assetti e della dirigenza sovietica “reinterpretatasi” in chiave nazionale.

In conclusione, l’evento ha voluto dimostrare, prendendo spunto da alcuni punti salienti del saggio di Simona Merlo, come un’area complessa e sotto l’attenzione di tutti, oggi come non mai, è forse per questo spesso soggetta a mistificazioni e letture manichee. I relatori hanno dunque ribadito come possa essere interpretata solo attraverso l’applicazione di una visione critica che sappia raccordare il passato con la storia recente, dando valore anche a quelle realtà che non hanno avuto la possibilità di affermarsi.

Alberto Girardi Migliorisi