Women in Europe in the Early 20th Century. Reality and Representation – Milano 23-24 ottobre 2023


Convengo internazionale curato da Michela Minesso

Nelle giornate di lunedì 23 e martedì 24 ottobre 2023 si è tenuto, presso la Sala Napoleonica di Palazzo Greppi, il convegno internazionale Women in Europe in the Early 20th Century. Reality and Representation, organizzato dal Comitato Nazionale per le Celebrazioni del Centenario della Morte di Giacomo Matteotti in collaborazione con la Fondazione di Studi Storici “Filippo Turati”, la Fondazione “Giacomo Matteotti” e il Dipartimento di Studi storici dell’Università di Milano.

Il convegno, suddiviso in tre distinte sessioni, ha inteso analizzare la trasformazione della condizione della donna tra la fine dell’Ottocento e gli anni Venti del XX secolo, in una prospettiva internazionale. Proprio in quel periodo storico, infatti, il tema della cittadinanza femminile, nei suoi vari aspetti, si venne sempre più imponendo nel dibattito politico e pubblico degli Stati europei, Italia compresa. 

Dopo i saluti inaugurali del Rettore Elio Franzini, di Elena Lattuada (Delegata del Sindaco di Milano per le Pari Opportunità), di Maurizio Degl’Innocenti (Presidente della Fondazione “Filippo Turati” e del Comitato Nazionale per le Celebrazioni del Centenario della Morte di Giacomo Matteotti) e di Michela Minesso (Membro del Comitato e docente ordinaria di Storia delle Istituzioni politiche), gli ultimi due responsabili scientifici dell’iniziativa, il convegno ha iniziato i suoi lavori.

Session I – Women Citizenship in Europe

La prima sessione si è focalizzata sull’analisi della cittadinanza femminile sociale e politica nel Vecchio Continente. I casi di studio presentati hanno riguardato i principali Paesi dell’Europa centro-occidentale: Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Spagna.

Con l’intervento di apertura del convegno, la professoressa Michela Minesso ha mostrato come la cittadinanza femminile sia il frutto dell’intreccio tra la cittadinanza economico-sociale e quella politica; per sostenere questa tesi ha esaminato il periodo compreso tra la cosiddetta Belle Époque e il primo dopoguerra.

All’inizio del Novecento, sulla scia di quanto accaduto negli anni Ottanta in altri Paesi europei, come Germania e Austria-Ungheria, il Regno italiano introdusse la prima legge sulla tutela del lavoro femminile e permise alle donne di insegnare nelle scuole medie (1902), dispose il divieto alle donne di lavorare nelle ore notturne (1907) e, infine, creò una Cassa nazionale per la tutela della maternità (1910). Nello stesso periodo si discusse in Parlamento dell’estensione del diritto di voto alle donne, con un’iniziativa promossa dal deputato repubblicano Roberto Mirabelli (1905); la proposta, però, fu respinta.

Con lo scoppio della Grande Guerra il ruolo delle donne diventò decisivo, in particolare nelle fabbriche, dove sostituirono gli uomini partiti per il fronte; a questo si unì il raggiungimento di una certa autosufficienza economica, ottenuta tramite lo svolgimento di un lavoro o il ricevimento di sussidi pubblici.

Nel dopoguerra gli ultimi governi liberali vararono importanti misure che aprirono la strada alla parità dei sessi. Il diritto di voto, invece, fu introdotto solamente dopo la Seconda guerra mondiale, sebbene si fossero registrati ulteriori tentativi di estensione del suffragio alle donne. Secondo Minesso, all’interno delle Camere, pochissimi parlamentari si dichiararono contrari alla cittadinanza politica delle donne, ma questo non aiutò a modificare la loro situazione. Un passaggio di fondamentale importanza nel miglioramento della condizione femminile si ebbe con la legge Sacchi del 1919 (“Norme circa la capacità giuridica della donna”), quando fu abolito l’istituto dell’autorizzazione maritale, permettendo alle donne di esercitare qualunque professione (ad eccezione degli impieghi giurisdizionali, politici e militari) al pari degli uomini.

La professoressa Paula Bartley (Università di Warwick) ha, invece, sottolineato come la battaglia delle donne britanniche per il riconoscimento dei propri diritti sia stata lunga e irta di ostacoli.

Tra l’ultimo decennio dell’Ottocento e il primo trentennio del Novecento le donne raggiunsero la consapevolezza della necessità di imprimere una svolta, decisiva e definitiva, sul fronte dell’uguaglianza dei diritti. La nascita della Women’s Emancipation Union fece seguito al Clitheroe Judgement, la sentenza della Corte Suprema britannica che, sulla base del caso di Emily Jackson (sequestrata dal marito, perché separatasi da lui), vietò la prigionia e lo sfruttamento delle mogli da parte dei mariti.

Inoltre, si assistette a forme di protesta anche violenta, come accadde nel 1913, quando 50 donne furono arrestate per aver vandalizzato un castello, incendiato Chiese e attaccato l’abitazione di David Lloyd George (allora Cancelliere dello Scacchiere nel governo Asquith). La situazione fu normalizzata solo dall’intervento di Winston Churchill, che provvide a far arrestare alcune suffragette che avevano tentato di entrare nella Camera dei Comuni.

Uno dei momenti più alti dell’associazionismo femminile a livello mondiale fu rappresentato dall’International Congress of Women, tenutosi all’Aia nel 1915, al quale parteciparono circa 1.000 donne provenienti da diverse parti del mondo come Armenia, Austria, Canada, Ungheria, Germania, USA, Italia (con Rosa Genoni), Svezia, Danimarca, Norvegia, Olanda e Gran Bretagna.

In seguito, con il professor Wilfried Rudloff (Università di Marburgo) si è ragionato sul graduale processo di emancipazione femminile in Germania, a partire dal primo conflitto mondiale. Con gli uomini inviati al fronte, le donne riuscirono a occupare, anche nello Stato tedesco, uno spazio ampio nella sfera pubblica, diventando sempre più oggetto di interesse, soprattutto sul piano della moralità, per la natura dei loro comportamenti.

La nuova donna che emerse in questo contesto fu caratterizzata da una visibilità e un’emancipazione sessuale maggiori, da una più elevata partecipazione politica e da una certa propensione a svolgere attività e competizioni sportive. Dal 1919 le donne ebbero la possibilità di candidarsi in Parlamento o nelle amministrazioni locali, di intraprendere una carriera imprenditoriale e artistica (si pensi alla corrente della “Nuova oggettività”, per esempio), nonché di ricoprire determinati incarichi pubblici. Inoltre, la presenza femminile si accentuò molto nel mondo del lavoro, specie quello di fabbrica.

Dopo le ostilità e con la nascita della Repubblica di Weimar le donne furono costrette ad abbandonare il lavoro nel settore industriale a favore di un reintegro dei veterani. Con l’avvento del nazismo, poi, la raggiunta parità sostanziale dei diritti tra uomo e donna fu smantellata, per essere ripristinata solo dopo la caduta del regime hitleriano.

Spostando lo sguardo a ovest rispetto all’ex Impero tedesco, il professor Paul Smith (Università di Nottingham) ha posto in evidenza l’operato dei movimenti femministi e suffragisti francesi nel primo dopoguerra e negli anni Venti.

Un organismo a rappresentanza delle donne francesi fu fondato il 18 aprile 1901 con il nome di Conseil National des Femmes Française (direttamente affiliato al Consiglio Internazionale delle Donne).

Nel corso della Prima Guerra Mondiale le donne compirono molti sacrifici, lavorando nelle fabbriche al posto degli uomini partiti per il fronte e provvedendo al sostentamento delle proprie famiglie. Quando le ostilità cessarono, la speranza del CNFF fu che lo sforzo profuso venisse riconosciuto attraverso il varo di riforme in grado di migliorare la condizione femminile. La Camera, nel maggio 1919, approvò a larga maggioranza il riconoscimento del diritto di voto e l’eleggibilità delle donne (con l’opposizione dei radicali): si trattò di un provvedimento del tutto inaspettato e decisivo verso l’emancipazione femminile. Il Senato, però, si oppose ripetutamente all’analisi della proposta di legge, bloccando, di conseguenza, il relativo iter. Solo nel 1944 verranno concessi alle donne i diritti politici al pari degli uomini.

L’intervento del professor Smith si è, infine, focalizzato sulle divisioni tra le femministe/suffragiste, sui contrasti con i partiti politici e sul difficile percorso di riforma del Codice civile.

La relazione conclusiva della prima giornata del convegno è spettata alla professoressa Clarisa Ramos Feijóo (Università di Alicante), che ha ripercorso le battaglie femminili per la cittadinanza in Spagna. Qui il ruolo delle donne diventò di maggior rilievo in occasione dei due conflitti combattuti in Africa (Guerra di Melilla, 1909 e Guerra del Rif, 1921-1926), svolgendo, sul campo, il ruolo di infermiere.

Un organismo che assunse una certa importanza fu la Commissione per la riforma sociale (1883-1903), un ente governativo avente il compito di studiare le condizioni di vita e di lavoro della classe operaia. Tra i componenti della Commissione spiccava Concepciòn Arenal, poetessa, esperta di diritto e giornalista.

Le prime leggi sui diritti delle donne e delle operaie furono proposte dall’Istituto per le riforme sociali, sorto dopo lo scioglimento della Commissione sopracitata.

La questione dell’istruzione fu un aspetto centrale in questo periodo. Solamente le donne di elevata estrazione sociale avevano la possibilità di andare a scuola. Furono così fondati istituti culturali per l’educazione delle donne: si pensi al Circolo delle Belle Arti e alla Residencia de Señoritas, oppure al ruolo giocato dalla storica direttrice Maria de Maeztu nella promozione dell’istruzione femminile, in una società in cui le donne venivano discriminate e non avevano la possibilità di frequentare l’università. Proprio per favorire la frequenza degli studi universitari era stato fondato nel 1876 l’Istituto di insegnamento libero, che però verrà chiuso con lo scoppio della guerra civile.

La partecipazione femminile alla vita politica si fece consistente a partire dagli anni Venti del Novecento (“età dell’oro per i diritti delle donne”) e, nel 1931, le donne ottennero il diritto di voto. Con l’ascesa al potere di Francisco Franco si assistette a una regressione dei diritti femminili.

Session II – Female Representations in the Early 20th Century

Nella seconda sessione congressuale, iniziata la mattina del giorno 24, l’attenzione è stata posta sui nuovi e originali spazi che la donna riuscì ad aprirsi all’inizio del XX secolo nei campi dell’arte, della letteratura, del teatro e del cinema, nonché sui mutamenti della rappresentazione femminile negli stessi settori.  

È toccato al professor Degl’Innocenti inaugurare la giornata, cercando di rispondere a una serie di interrogativi: com’era vista la figura femminile all’inizio del XX secolo? In quale contesto i movimenti femministi lottarono per il riconoscimento dei propri diritti? Quali furono le professioni tipicamente femminili a inizio secolo?

La donna acquisì progressivamente una dimensione pubblica che la portò, nell’ottica di una rivendicazione dei propri diritti, ad effettuare proteste nelle strade, nelle piazze e in assemblee spesso tumultuose, a dimostrazione del fatto che lottare all’interno delle mura domestiche non era più possibile. La memorialistica diventò una componente essenziale della militanza femminista: la testimonianza di donne forti e tenaci contro i pregiudizi imperanti funsero da ispirazione per le istanze emancipazioniste.  

Tuttavia, all’interno del movimento femminista erano presenti delle divisioni: la contrapposizione vedeva, da una parte, le sostenitrici di una collaborazione con i governi e dall’altra coloro che reputavano questo atteggiamento come una forma di debolezza. Entrambe le posizioni, però, concordavano sul fatto che il sistema liberal-costituzionale dovesse aggiornarsi.

L’opportunità per le donne di accedere a nuove professioni fu una novità assoluta: nelle grandi città e nelle metropoli si mostravano i progressi compiuti dal mondo femminile, in particolare nel settore delle decorazioni d’interni (la professione era prevalentemente ricoperta da donne). Anche la stampa giocò un ruolo non irrilevante: essa consentì di entrare in contatto con tematiche diverse, quali la moda, l’arte della seduzione e la cucitura.

Con il professor Luigi Tomassini (direttore del Comitato scientifico della Fondazione “Filippo Turati”) protagonista è diventata la fotografia. Egli ha cercato di mostrare quanto le immagini siano preziose per gli storici: come sosteneva Karl Barth, la fotografia possiede una forza documentativa, cristallizza un attimo ed è una macchina della memoria che documenta il tempo. Tomassini ha portato alcuni esempi sull’importanza di questo strumento nelle inchieste sociali del primo Novecento, nel documentare la condizione femminile all’interno delle fabbriche e nei campi nel corso delle due guerre mondiali.

Anche la letteratura permette di comprendere come le donne abbiano cambiato nel tempo l’immagine di sé: su questo ha ragionato l’intervento della professoressa Valeria Palumbo (Università di Milano). Le donne, del resto, erano sempre state grandi lettrici e protagoniste di molti romanzi, sebbene la loro lettura venisse considerata pericolosa.

In quegli anni il tema principale di numerosi romanzi italiani fu il matrimonio, considerato come porto sicuro per le donne innamorate; spesse volte, però, esso era il frutto di accordi tra famiglie e non una libera scelta dell’individuo. L’intervento di Palumbo ha evidenziato quante e quali furono le sfaccettature del matrimonio messe in luce da alcune scrittrici: dai maltrattamenti subiti da ragazze che si sposavano molto giovani (Grazia Mancini Pierantoni, Donnina, 1892) alle gravidanze fuori dal matrimonio (Grazia Deledda), passando per le violenze sulle donne (Paola Drigo, Maria Zef).

A conclusione della sessione la professoressa Elena Mosconi (Università di Pavia) ha parlato dell’immagine della donna nel cinema, a partire dai primi anni del XX secolo.

Il fenomeno divistico, fortemente collegato alla Belle Époque e alla sua cultura, ebbe come data di innesco il 1913; le dive erano la rappresentazione della cultura liberty.

Lo scoppio del conflitto, però, cambiò tutto: le donne cominciarono a partecipare attivamente a tutti i ruoli dell’industria cinematografica (sceneggiatura, regia, critica, pubblico). Si trattava di un mutamento, questo ha sostenuto la professoressa Mosconi, ben percepito nel Paese. Malgrado ciò, il cinema italiano, confrontato con quello internazionale, appariva quasi paralizzato e inabile a progredire (si consideri, ad esempio, la presenza di didascalie che spezzavano l’azione).

Con la «popolarizzazione del cinema» negli anni Venti si misero in azione dei processi di identificazione con lo schermo, attraverso cui la gente riconosceva la propria condizione.

I principali temi della cinematografia di quel periodo riguardavano la guerra (le dive si prestavano a rappresentazioni più crude e dirette, come in Mariuta e Il canto della fede), la condizione del proletariato, i “forzuti” (giganti buoni, che facevano della mole fisica la caratteristica principale) e commedie con protagoniste donne fuori dagli schemi.

Session III – The Reality of Women in Italy

Nel corso della terza e ultima sessione del convegno l’attenzione dei relatori si è concentrata sull’evoluzione della condizione femminile in Italia, attraverso l’analisi di importanti riforme sociali e giuridiche, nonché delle azioni di quei gruppi che più si batterono per l’emancipazione delle donne.

La ripresa dei lavori è spettata alla professoressa di Diritto costituzionale e prorettrice dell’Università di Milano Marilisa D’Amico, che si è concentrata sulle discussioni in Assemblea costituente sui diritti delle donne e sul loro riconoscimento nella Carta costituzionale.

Nel panorama italiano le prime battaglie per il suffragio femminile risalivano al primo Novecento. Una parte delle conquiste sociali venne ottenuta nel secondo decennio del secolo, ma con ancora forti limitazioni. Solamente dopo la Seconda Guerra Mondiale e durante i lavori dell’Assemblea costituente si assistette a un’inversione di rotta: le madri costituenti erano 21, combatterono il fascismo e per questo erano molto rispettate dagli uomini. Esse facevano parte di importanti associazioni femminili, come l’UDI e il CIF. Molti diritti riportati nella Carta costituzionale furono oggetto di discussione proprio in seno a tali organizzazioni.

Il loro riconoscimento fu la conseguenza di numerosi compromessi, ottenuti grazie alla lungimiranza politica delle costituenti. Nilde Iotti (PCI) e Maria Federici (DC), ad esempio, giocarono un ruolo non irrilevante nel dibattito costituente, portando il proprio contributo affinché i temi dell’uguaglianza nella famiglia e la parità di accesso ai pubblici uffici venissero inseriti nella nuova Legge Fondamentale dello Stato. Secondo Teresa Mattei la donna italiana, nella conquistata pienezza dei propri diritti, diventò finalmente cittadina del nuovo Stato repubblicano.

Il professor Paolo Passaniti (Università di Siena) ha trattato, invece, il tema dell’autorità maritale in Italia. Questo istituto giuridico si basava su principi riscontrabili nell’esperienza francese: il marito era il capofamiglia, l’adulterio come reato e come condizione per la separazione dei coniugi aveva una disciplina differenziata e, infine, l’autorizzazione maritale era fondamentale per la donna.

Alla base dell’inferiorità di quest’ultima esistevano dei pregiudizi di natura culturale: per il Codice civile austriaco del Lombardo-Veneto, la donna godeva sì di parità giuridica, ma era considerata inferiore perché vista semplicemente come moglie. Anche il Codice civile tedesco si basava su un impianto patriarcale e conservatore.

In Italia i socialisti cercarono di valorizzare l’uguaglianza dei sessi attraverso la promozione dell’autosufficienza economica della donna. Anna Kuliscioff vedeva nell’abolizione dell’autorità maritale un passo verso la conquista della parità dei diritti. Al Congresso delle donne celebratosi a Roma nell’aprile 1908 il movimento femminista si confrontò con il mondo dei giuristi. Erano soprattutto i più conservatori che difendevano questo istituto giuridico e lo ritenevano necessario per mantenere l’ordine e l’unione all’interno della famiglia. Non fu possibile trovare un punto di incontro sul tema dell’autorità maritale, ma certamente significativo fu l’applauso riservato dall’assemblea a Lodovico Mortara.

Si dovette attendere il primo dopoguerra (1919) per veder riconosciuta la condizione giuridica della donna: la legge proposta dal deputato Enrico Sacchi e approvata dal Parlamento, all’art. 7, riconobbe la parità di accesso della donna «all’esercizio di tutte le professioni e a coprire tutti gli impieghi pubblici» (esclusi quelli giurisdizionali o l’esercizio di diritti e di potestà politiche o che attenevano alla difesa militare dello Stato), sancendo una tappa fondamentale nel percorso verso la parità dei sessi.

Al cammino compiuto dalle associazioni femminili italiane dall’Unità d’Italia al primo dopoguerra ha fatto riferimento l’appassionato intervento della professoressa Fiorenza Taricone (Università di Cassino).

Tali organizzazioni costituivano un vasto arcipelago che si estendeva dalle cooperative e leghe di mutuo soccorso a soggetti con una visione liberale e piccolo-media borghese. Esse erano contraddistinte da toni piuttosto rassicuranti. Le donne aderenti si dedicavano generalmente a diverse attività sociali, come l’educazione e l’assistenza; erano molto politicizzate, poliglotte e assai innovative.

All’indomani dell’Unità nazionale i movimenti di emancipazione delle donne iniziarono ad occupare la scena pubblica come mai prima. La sinistra si fece portavoce delle richieste di suffragio per le donne: già nel 1867 ci fu la prima proposta politica in questo senso, propugnata da Salvatore Morelli. A poca distanza comparve una petizione delle donne lombarde che voleva ottenere la piena emancipazione. Nel 1881 fu fondata la Lega promotrice degli interessi femminili (socialista), attraverso la quale le operaie presentarono una petizione affinché venisse concesso il diritto di voto.

Tuttavia, ben pochi furono i risultati concreti. Secondo Taricone, l’unica legge approvata in età liberale di una certa rilevanza fu quella sul lavoro delle donne e dei fanciulli del 1902.

Al movimento femminista italiano nel trentennio precedente l’ascesa del fascismo ha fatto riferimento la relazione di Anna Foa (Università “La Sapienza” di Roma), che si è soffermata in particolare sulle figure di Anna Kuliscioff e Anna Maria Mozzoni.

La figura di Anna Kuliscioff fu senz’altro fondamentale per il socialismo e per il movimento femminista italiano tra Otto e Novecento. Nata in Crimea da una famiglia ebraica ed alto-borghese, Kuliscioff studiò in Svizzera, dove conobbe Andrea Costa, di cui si innamorò. Quando si trasferì a Milano fu chiamata “la dottora dei poveri” per le visite gratuite che effettuava alla cittadinanza. Nel capoluogo lombardo incontrò Turati, con il quale creò la rivista Critica Sociale («la nostra figlia di carta»); con lui nacque un sodalizio politico, oltreché amoroso. Insieme i due fuggiranno dall’Italia nel 1926 per raggiungere Parigi.

Alla fine del XIX secolo Kuliscioff tenne una conferenza in cui espose il problema del rapporto tra lotta socialista e questione femminile. Mentre molti compagni erano impegnati a risolvere le questioni legate all’ingiustizia sociale, sul tema dell’emancipazione della donna l’attenzione sembrava essere pressoché nulla.

Anche quello di Anna Maria Mozzoni fu un profilo di enorme rilievo nel mondo socialista: di formazione mazziniana, sosteneva che la battaglia per l’emancipazione femminile non dovesse necessariamente far parte di un vero e proprio progetto politico; l’aspetto che contava era la traduzione in pratica di quell’ideale.

La prima federazione di associazioni femminili fu fondata nel 1903 con il nome di Consiglio Nazionale delle Donne Italiane (era il ramo italiano dell’International Council of Women, fondato negli Stati Uniti nel 1888), il quale si riunì a congresso nell’aprile 1908 a Roma, alla presenza della regina Margherita. Il Consiglio affrontò questioni rilevanti: la condizione delle donne nel campo del lavoro, l’istruzione, la salute e i diritti politici. Il CNDI verrà sciolto nel periodo fascista.

Elisa Agnini, moglie del deputato socialista Vittorio Lollini e fratello di un senatore, nel 1919 scrisse una lettera a un giornalista francese in cui spiegava la natura dell’associazione: non era solo femminista, ma anche sociale; era propensa all’educazione popolare, alla ricerca della paternità, alle riforme. Agnini si batté, nel corso di tutta la sua vita, per le famiglie povere, le donne e i loro figli. Morì nel 1922.

Con l’avvento del fascismo tutto crollò: per il regime la donna era considerata come la madre dell’“uomo nuovo” fascista e in quest’ottica si potevano leggere i provvedimenti presi da Mussolini in materia, a partire dall’istituzione dell’Opera Nazionale per la protezione della Maternità e dell’Infanzia nel 1925.

L’intervento conclusivo del convegno è spettato alla dottoressa Rossella Pace (Università “Suor Orsola Benincasa” di Napoli), che ha parlato delle donne borghesi e del loro ruolo tra età liberale e fascismo. Tra queste figure, spiccano i nomi di Lavinia Taverna, Giuliana Benzoni, Nina Ruffini, Mimmina Brichetto Arnaboldi, Cristina e Costanza Casana e Virginia Minoletti Quarello.

L’antifascismo ebbe inizio l’indomani dell’omicidio Matteotti, concretizzandosi pienamente dopo l’8 settembre 1943 con il movimento della Resistenza e il rifiuto di aderire alla Repubblica Sociale Italiana. La componente aristocratica fu preponderante nell’antifascismo degli anni Venti: nei salotti romani (e non solo) le donne giocarono un ruolo decisivo, poi sfociato naturalmente nella Resistenza.

Pace ha individuato tre punti nodali attorno ai quali gravitarono le partigiane: la natura appunto aristocratica delle famiglie, l’ambiente in cui crebbero e l’antifascismo di lunga durata. La forza politica che meglio rappresentò l’aristocrazia antifascista fu quella riconducibile al Partito liberale, che non fu un partito di massa, ma certamente contribuì a diffondere gli ideali antifascisti.

Lorenzo Vanoni