Women Translators in Italian Publishing – Milano, ottobre e novembre 2023

Ciclo di seminari di Teresa Franco (a cura di Roberta Cesana)


La ricerca nasce spesso da un’intuizione e quella di Teresa Franco spicca particolarmente per originalità. La dottoressa, attualmente lecturer per l’università di Oxford e vincitrice della borsa per la ricerca finanziata dal Postdoctoral Fellowships Marie Skłodowska-Curie, ha così intitolato il suo progetto: Women Translators in Italian Publishing. Ha presentato il suo lavoro in un ciclo di seminari, organizzato dalla Supervisor della sua ricerca, la professoressa Roberta Cesana, che lo ha ospitato durante il corso di Storia degli archivi e delle biblioteche nel I semestre dell’a.a. 2023/2024. Protagoniste di questi interventi sono state quattro donne, non egualmente conosciute, che hanno lasciato il segno nell’ambito della traduzione letteraria novecentesca, non solo in quella femminile. Si è trattato, nell’ordine, di Adriana Motti, Maria Luisa Castellani Agosti, Lalla Romano e Natalia Ginzburg.

 Il suo spunto nasce da una premessa non evidente sulla natura degli archivi. L’intenzione, riassunta nella pregnante formula the seduction of archives (Hariette Bradley, History of Human Science, vol. 12. n. 2, 1999), è quella di filtrare l’archivio attraverso una nuova modalità di lettura e cioè come gli autori si leghino, più o meno inconsciamente, ai luoghi che custodiscono i propri oggetti di studio. L’archivio acquisisce metaforicamente la valenza di casa, come conseguenza di una pluralità di fattori. In primo luogo, le abitudini degli stessi ricercatori, che ivi studiano e trascorrono una notevole quantità di tempo, ma è necessario anche considerare il senso di legittimità che lo storico attribuisce a tali spazi, in cui sono conservati gli elementi necessari per un lavoro specialistico. A questo si lega un particolare senso di previlegio sperimentato nel poter accedere a documenti poco o per nulla visionati.

Le quattro donne sopracitate non ebbero in comune soltanto una carriera da traduttrici, ma condivisero, con titoli e modalità differenti, la partecipazione e la collaborazione con la casa editrice Einaudi, fondata nel 1933. L’archivio di stato di Torino è per loro l’ultimo dei fattori unificanti, la “casa” in cui sono ad oggi custodite molte delle carte necessarie per ricostruirne l’attività.

Tuttavia, non risulta per nulla semplice reperire informazioni sul processo traduttivo. La scarsa presenza (se non l’assenza) di cataloghi, biblioteche o archivi specifici su questo tema complica notevolmente la ricerca. Da un lato la traduzione viene percepita come un prodotto derivato, poiché esiste già un’opera di partenza. Il processo di trasformazione dell’idea al libro è già stato compiuto e spesso sembrano gli stessi autori, in questo caso autrici, a delegittimare il proprio lavoro, non ritenendo necessaria la conservazione dei documenti che testimoniano il loro processo creativo di traduzione. Per questo motivo emerge la necessità di indagare, oltre alle istituzioni più note, altri spazi, più intimi e privati. L’indagine verte sulla ricerca eventuale di ulteriori fonti in altri contesti, in primis i loro ambienti domestici.

La metafora della casa si carica a questo punto di alcuni stereotipi legati alla traduzione, interpretata come un’attività tipicamente femminile, più consona alle donne perché conciliabile alla loro presupposta esistenza domestica, che non prevedeva la loro presenza nei circoli intellettuali. Era questo un sintomo comune, testimoniato anche da una lettera di Cesare Pavese che, pur discostandosi da tale visione, accertava l’esistenza di uno stereotipo galoppante. Ad esso va aggiunta la convinzione che i traduttori fossero persone “sradicate”, ovvero prive di una cultura compatta perché sempre soggette a maneggiarne di diverse. Una considerazione prima di fondamento e adeguatamente smentita dagli studi di Simon Sherry, autrice di Translation Sites (London, Routledge, 2019), la quale ha evidenziato come i luoghi siano in realtà utili a collocare l’interprete in un panorama culturale ben preciso, intrinsecamente legato al mondo esterno. 

Adriana Motti, prima protagonista del seminario, nacque a Roma nel 1924. Avrebbe consolidato la sua reputazione negli anni Sessanta, durante il lavoro per Einaudi, per il quale sempre godette di grande considerazione. Il suo risulta essere un caso particolarmente fortunato, in quanto l’archivio torinese conserva una grande quantità di informazioni sulla sua attività professionale e non solo. La sua permanenza a Roma, e la conseguente lontananza dalla sede della casa editrice, rese necessaria un’attività epistolare frequente. Prima di entrare in contatto con gli ambienti torinesi, grazie all’intercessione di Bobi Bazlen, aveva lavorato per l’«Avanti!» e per Elmo Editore, cimentandosi nelle prime difficoltose traduzioni. Nonostante i problemi di indipendenza economica e di insofferenza nei confronti di uno stereotipo purtroppo vigente, tradusse le opere di importanti scrittrici, tra le quali Jean Rhys (Il grande mar dei sargassi), Ivy Compton Burnett (Un dio e i suoi doni) e Karen Blixen (Racconti d’inverno e altre opere). Quest’ultima le fruttò il riconoscimento tanto agognato e meritato, che arrivò nel 1980. Grazie alla traduzione Ehrengard vinse infatti il premio Monselice per la traduzione, una patente di autorialità che fino a quel momento non era riuscita ad ottenere. 

Anche Maria Luisa (Nini) Castellani non godette della meritata visibilità. Subì una sorte comune ad Adriana Motti, che pure era stata messa in ombra dalla famiglia, seppur per motivi diversi. Milanese di nascita (1913), sposò nel 1941 Giorgio Agosti, giovane magistrato di Torino laureatosi soltanto sei anni prima. Il marito aveva promosso clandestinamente la stampa antifascista negli anni Trenta, diventando uno dei fondatori del Partito d’azione in Piemonte nel 1942. Accanto a lui, Maria Castellani Agosti fu testimone di importanti avvenimenti politici. Il fascino della figura di Giorgio Agosti ha stimolato studi e discussioni, nonché una numerosa produzione bibliografica, ma risultando forse troppo per dare spazio a quella della moglie. Al contrario della Motti, autrice di scritti autobiografici in cui non mancò di raccontare il suo lavoro da traduttrice, Maria non scrisse una propria biografia e non raccontò del suo lavoro al pubblico. Imprescindibili per lo studio risultano quindi essere le sue memorie private e una relazione professionale da lei scritta nel 1959; entrambe conservate nella sua vecchia casa torinese, all’interno del suo archivio privato e della sua biblioteca.

Maria fu introdotta dalla madre al mondo dell’insegnamento e delle lingue sul finire degli anni Venti, quando il padre di lei si spense e divenne più pressante l’esigenza di un’autonomia economica. Dopo aver concluso il liceo, ebbe modo di vivere esperienze all’estero, prima a Monaco di Baviera e poi nel Regno Unito, ai suoi occhi un simbolo di libertà e democrazia in netto contrasto con il regime fascista. Ritornata in Italia nel 1934, subentrò al fratello Emilio, critico letterario e musicale, in alcuni dei suoi lavori editoriali, venendo in questo modo introdotta al mondo delle lettere. Tuttavia, il sodalizio con il fratello segnò anche l’inizio della sua “invisibilità”, causata dalla vicinanza a figure maschili più appariscenti, per cui forse provava un concreto senso di inferiorità, espresso nelle sue lettere. Le sue prime traduzioni furono pubblicate per Orior e Genio Editore, in cui prevalgono le favole per bambini (tra cui quelle dei fratelli Grimm).

Dopo il mat+rimonio con Giorgio Agosti, esercitò un ruolo chiave la suocera Cristina Garosci, importante traduttrice dal polacco, assieme alla sorella Clotilde, fino agli anni Sessanta. Giorgio aveva cominciato a collaborare con Einaudi già nel 1934, appena un anno dopo la fondazione. Il suo legame con Cristina e con diverse traduttrici della generazione passata, tra cui Ada Gobetti, fu vitale nella sua attività professionale e nella vita privata. Entrò a far parte di un gruppo non dichiarato che si potrebbe felicemente sintetizzare come: «donne che, collaborando tra loro, tradussero altre donne». 

Dopo la triste e lunga parentesi della guerra, continuò a lavorare nel settore, arrivando ad ottenere una posizione quasi manageriale in una casa editrice cattolica con sede nel capoluogo piemontese, la SAS (Società Apostolica San Paolo). Ebbe così modo di confrontare la cultura laica della famiglia Agosti-Castellani con quella conservatrice di stampo religioso. Successivamente, la sua fruttuosa collaborazione con Rizzoli la portò a tradurre diversi celebri autori, tra cui George Eliot e Jane Austen, la cui traduzione di Orgoglio e Pregiudizio è stata più volte riproposta dall’editore fino al 2006.

Mentre Maria Castellani Agosti si definì orgogliosamente traduttrice, ma non autrice, non può di certo essere racchiusa in una sola forma creativa Lalla Romano, donna dalle poliedriche modalità espressive. Tramite la sua persona è possibile tracciare una sostanziale differenza tra il profilo di traduttrici di professione e scrittrici. Cambia, infatti, il modo stesso con cui queste ultime affrontano la traduzione, che assume per loro un’autorialità estranea alle prime. 

Nacque nel 1906 a Cuneo, figlia di un geometra con la passione per la fotografia. Frequentò il ginnasio ed entrò in contatto con gli intellettuali locali, a cui si aggiunsero gli incontri con figure di rilievo in seguito all’esperienza universitaria: Cesare Pavese, Arnaldo Momigliano e molti altri.

La sua produzione iniziò principalmente come pittrice e il suo rapporto con le immagini non verrà meno per tutta la sua vita. Molte delle sue opere presentano copertine con dipinti o fotografie da lei prodotte o che ritraevano lei stessa. Il legame che sviluppò nei confronti della sua produzione artistica, e in particolare con i suoi scritti, era forse l’aspetto più peculiare della sua personalità. Rifiutò per tutta la vita di consegnare le sue carte ad un fondo pubblico, nonostante gli insistenti tentativi di Maria Corti, direttrice del Centro Manoscritti di Pavia. Avrebbe spiegato la sua motivazione soltanto nel 1996, quando mise in chiaro che per lei le carte erano sempre state come un organismo vivente e per questo impossibili da lasciare a qualcuno. Questo esemplifica molto il suo modo di concepire la scrittura, del suo interminabile dialogo tra ciò che aveva già scritto e quello che avrebbe continuato a scrivere. 

L’archivio venne creato soltanto nel 2005, dopo la sua morte, dalla Biblioteca Braidense di Milano. Venne costituito grazie al lavoro e alla volontà del suo compagno e unico erede, Antonio Ria, che portò alla creazione di un grande fondo. Un patrimonio di grande interesse e di vastità, in cui sono confluiti autografi e dattiloscritti, ma anche libri e fotografie. 

La sua prima pubblicazione, un libro di poesie per Frassinelli editore, risale al 1941. In quel periodo era impegnata nella difesa della donna e aderì, come Giorgio Agosti, al movimento di Giustizia e Libertà, per cui scrisse un manifesto propagandistico. L’esperienza della guerra la portò anche alla scrittura di un romanzo. La svolta da traduttrice arrivò soltanto nel 1944, quando Pavese le affidò la traduzione dei Tre racconti di Flaubert, successivamente pubblicato nella collana Cento Pagine.  L’evento segnò il suo definitivo passaggio alla narrativa. Si occupò quindi del diario del pittore Delacroix, un anno dopo, e grazie all’invito di Montale scrisse articoli di argomento artistico sulla rivista «Mondo». Negli anni Quaranta consolidò il suo rapporto con la casa editrice Einaudi, dove conobbe Natalia Ginzburg e molte personalità della letteratura italiana contemporanea, tra cui Giulio Bollati, Italo Calvino ed Elio Vittorini.

Dal 1951 iniziò la sua carriera come scrittrice per Einaudi, a cui rimase legata in modo indissolubile. Le sue opere presentarono sempre un’impronta impropriamente autobiografica, in cui la scrittura nasce soltanto da un momento lampo, da un istante di vita difficile da prolungare in molte pagine. Non vi è, nei suoi libri, l’interesse per creare un intreccio. A seconda dell’occasione, desidera una storia da far emergere o un luogo da raccontare o, ancora, una memoria da recuperare. Una scrittura aperta, velatamente biografica, in cui si avvale costantemente di documenti scritti o visivi e dove trova ampio spazio la componente onirica. 

Appare evidente che la sua opera di traduzione, se confrontata con quella di produzione libraria e letteraria, risulta molto minoritaria, ma si collocò in due fasi ben precise della sua attività: durante il suo inizio e nel periodo della piena maturità. Le traduzioni, come sarà per Natalia Ginzburg, assunsero per Lalla Romano un significato di inizio, un’appropriazione autoriale per cui sarà l’opera stessa ad essere identificata tramite la sua traduttrice. La sua personalità forte emerge negli scambi epistolari, in cui è chiara la sua volontà di partecipare in prima persona alle scelte editoriali, dai titoli alle collane, passando ovviamente per le copertine. Il rifiuto di alcune categorie e di un etichettatura la portò anche ad entrare in pacifico conflitto con i protagonisti di casa Einaudi, addirittura con Italo Calvino.

Il suo talento trovò massima espressione dopo la maternità, quando vinse il Premio Strega nel 1969, grazie alla pubblicazione de Le parole tra noi leggere, in cui raccontò la sua esperienza con il figlio. Descrisse le sue emozioni più sincere, anche quelle più difficili da condividere. Sembrò condividere con Flaubert un’affinità di stile e contenuti, ma anche di metodo, in cui l’intertestualità dei documenti esercitava un ruolo di primo piano. Forse, trovò nei libri ciò che aveva rintracciato nell’autore francese: un bisogno di evasione. 

Difficilmente si può negare che sia Natalia Ginzburg la figura di maggior rilievo in questo quartetto, non solo per il ruolo istituzionale che ricoprì, ma soprattutto per il suo operato di scrittrice, editor e traduttrice. Fu la quinta figlia di una famiglia numerosa di origini ebraiche dalla tradizione fortemente antifascista. Si trasferì da Palermo a Torino nel 1919, all’età di tre anni. Nonostante l’infanzia trascorsa in una casa molto frequentata da intellettuali ed esterni, trascorse questo periodo all’insegna della solitudine, anche lei messa in ombra dai fratelli, per di più con un’istruzione impartitale da insegnanti privati. Il suo esordio scolastico non fu eccellente. Venne bocciata nel 1933 al liceo-ginnasio Vittorio Alfieri, ma iniziò in questo periodo la sua passione per la scrittura. Uno dei suoi racconti venne letto e apprezzato da Leone Ginzburg, intellettuale antifascista russo naturalizzato italiano, amico di famiglia. Tra i due sbocciò un sincero sentimento amoroso e, nonostante i problemi con il regime, si sposarono un anno prima dello scoppio della guerra. Le leggi razziali complicarono ulteriormente la situazione e Leone venne condannato all’esilio a Pizzoli, in Abruzzo. Nonostante la lontananza dall’ambiente torinese e dagli affetti, verrà descritto da lui come uno dei periodi più belli della sua vita. L’attività con la casa editrice Einaudi, intrapresa anni prima da Leone, continuò con intensità, e così la cura delle edizioni pubblicate. Ma l’armistizio del 1943 portò a tragiche conseguenze: dopo il trasferimento a Roma della famiglia Ginzburg, Leone fu arrestato e morì in prigione. L’episodio traumatico obbligò la donna a rivolgersi alla casa editrice, con la richiesta di poter lavorare. Natalia aveva già tradotto Marcel Proust (La strada di Swann) e non solo, pur firmandosi con uno pseudonimo per mascherare le sue origini. Il secondo matrimonio, avvenuto nel 1950 con l’anglista Gabriele Baldini, segnò l’inizio di un nuovo periodo felice e proficuo per la produzione della Ginzburg. Dopo il rientro da un soggiorno londinese durato più di due anni, pubblicò Le voci della Sera e il suo capolavoro, Lessico Famigliare, grazie al quale vinse il Premio Strega nel 1963. Durante un periodo di pausa dalla scrittura, in cui compose comunque delle commedie per il teatro, si impegnò come opinionista e scrittrice per i quotidiani italiani. Verrà anche eletta in Parlamento con il partito comunista per ben due legislature.

Tradusse importanti autori francesi: oltre a Proust anche Montesquieu e Flaubert, ma non mancarono i contemporanei, operando scelte in coerenza con il suo credo politico ed etico. Come Lalla Romano, dedicò sé stessa alle traduzioni nel suo esordio letterario, negli anni Quaranta, e nei suoi ultimi dieci anni di vita. 

Dai suoi scritti, si evince il temperamento schivo, il desiderio costante di rimanere lontana dai riflettori. Fu direttrice di una casa editrice importante, ma rimase probabilmente ancora più in ombra delle altre donne raccontate. Quando si vide costretta a chiedere un posto ad Einaudi, temette che gli fosse assegnato per compassione e non per le sue competenze, tutto fuorché insufficienti. Del resto, la traduzione di Proust le era stata assegnata nel 1937, ma in casa era già stato più volte argomento di discussione; sarebbe diventata per lei un’opera costitutiva tanto della sua biografia letteraria quanto di quella umana.

La sua è una storia più difficile da ricostruire per via dei tanti documenti non ancora a disposizione degli studiosi. Un intreccio di relazioni con tanti uomini importanti, con cui scambiò carteggi fitti, ricche di racconti preziosi della sua vita professionale e non. Ma il lavoro di Teresa Franco ha ancora degli obiettivi da portare a termine, primo tra tutti quello di ricostruire la rete di relazioni che Natalia Ginzburg ha intessuto soprattutto con le donne, traduttrici e scrittrici, che ha conosciuto o addirittura introdotto nell’ambiente Einaudi. Sono ancora da mettere pienamente in luce tutte le sue grandi responsabilità e i suoi meriti, quando si cimentò in prima persona nella traduzione e quando affidò ad altri (e ad altre) compiti importanti. La sua personalità amava nascondersi, ma il suo lavoro andrebbe esposto e raccontato. Per lei che considerava la traduzione come essere insieme “formica e cavallo”: meticolosa, costante e, sembra, fin troppo silenziosa. 

Riccardo Ruffini