Grandi autori, piccoli editori, Bookcity 2021

Report di Giovanni D’Antoni

Il secondo dei due appuntamenti curati da Roberta Cesana (Università degli Studi di Milano), nell’ambito di Bookcity alla Statale, si è svolto il 19 novembre e ha riguardato Grandi autori, piccoli editori. Protagonisti dell’incontro gli scrittori Ambrogio Borsani e Lucio Gambetti, autori di due libri recentemente editi; rispettivamente Autori in cerca di autori. Quando artisti e scrittori diventano editori, pubblicato da Editrice Bibliografica, e Libri memorabili. Una storia della microeditoria italiana del Novecento, uscito per i tipi di Biblion. L’affinità tra i due autori emerge dai loro libri, introdotti dalla moderatrice dell’incontro Roberta Cesana; ciò che li accomuna in modo evidente è la passione ardente per l’editoria, che ha alimentato le esperienze di piccoli editori, il più delle volte con brevi fiammate che hanno finito per consumarli, ma talmente intense da lasciare il segno.

Quelle raccolte dai due autori sono storie poco note di case editrici “minori”, talvolta unipersonali, animate da una specifica concezione editoriale e libraria: per le quali produrre libri significa fare cultura, sia che esse intraprendano percorsi imprenditoriali sia che muovano esclusivamente da interessi bibliofili. Tali esperienze meritano di essere conosciute in quanto tessere di sicuro interesse, non solo per la ricostruzione di un mosaico complessivo di storia dell’editoria, cui hanno contribuito con apporti fondamentali che poco hanno da invidiare rispetto ai colossi editoriali in termini di valore artistico, ma anche per la storia culturale e sociale tout court. L’avvincente attività investigativa condotta da Borsani e Gambetti sopra vicende editoriali semisconosciute non potrà che essere di grande interesse per i lettori della rivista Parlare di storia, avendo utilizzato entrambi gli autori strumenti d’indagine che si convengono agli storici: analisi degli esemplari (sovente rari, anche a fronte delle tirature limitate spesso destinate a una ristretta cerchia di amici), consultazione delle fonti (cataloghi editoriali, anch’essi di non facile reperimento) e della bibliografia esistente (in questo caso quanto mai limitata), senza dimenticare l’interesse amorevole associato al rispetto ossequioso verso l’oggetto di studio.

Introducendo il volume di Borsani, Cesana ha illustrato contenuti e caratteristiche essenziali di un libro (peraltro corredato in appendice da una bibliografia molto vasta) che si aggiunge alla precedente “trilogia” dell’autore, evidenziando la singolarità dell’assenza di una prefazione o di un’introduzione. Il libro inizia in medias res, immergendo il lettore in un emozionante viaggio – del resto, Borsani è anche autore di libri di viaggi – tra nove storie singolari e intriganti, a tratti anche commoventi, che si succedono tra gioie e dolori, successi e sconfitte, con un illuminante capitolo conclusivo, intitolato L’editore, un santo del nostro tempo, dall’attacco particolarmente incisivo che recita: «L’editore è una figura dotata di poteri taumaturgici». La conclusione fornisce la chiave di lettura complessiva dell’opera, e a mio giudizio si può leggere anche come introduzione, non foss’altro per il piacere di rileggerlo una seconda volta al termine della ricca carrellata di informazioni. Come infatti ci spiega Borsani, in molte pagine riguardanti artisti-editori delle proprie e/o altrui opere trasuda il potenziale curativo dei libri, in grado non solo di placare la febbre poetica e letteraria che può accalorare i lettori, ma anche di costituire una vera e propria “terapia” editoriale a beneficio degli autori e degli stessi editori. Al riguardo, Borsani riporta il caso emblematico della “East 128” dei coniugi Fernanda Pivano ed Ettore Sottsass, rispettivamente traduttrice e architetto-designer; caso più unico che raro di una casa editrice nata nella California del 1962 dentro una sala d’ospedale, grazie alla folgorante idea della Pivano finalizzata a rinfrancare il marito pressoché moribondo, convogliandone le energie vitali verso una nuova creatura editoriale da curare a sua volta. Analogamente, l’idea di Leonard Woolf di fondare nel 1917 una casa editrice “casalinga”, la celeberrima Hogarth Press” – le cui raffinate edizioni sono oggi inestimabili oggetti di culto per collezionisti – può intendersi quale “terapia editoriale” per la moglie Virginia; “terapia” di grande successo e di strepitosi casi editoriali, frutto tanto della penna dei coniugi Woolf che di altri autori destinati a diventare celebri. Borsani si è poi soffermato sulle disgrazie di Honoré de Balzac, perennemente indebitato a fronte di megalomani investimenti editoriali e tipografici, sulle pubblicazioni controcorrente della “City Lights Books” del poeta Lawrence Ferlinghetti (protagonista di un clamoroso rifiuto: On the Road di Jack Kerouac), finito in carcere e processato per pubblicazioni giudicate oscene come Howl di Allen Ginsberg.

Su invito di Cesana ad approfondire quest’ultima vicenda editoriale molto significativa, Borsani legge un frammento del capitolo dedicato al sensazionale e discusso Howl, trasportandoci tra le fiammeggianti suggestioni della San Francisco Renaissance degli anni Cinquanta, in cui i poeti erano acclamati come vere rock stars da pletore di lettori urlanti che accorrevano in massa ai settimanali readings di poesia. A quelle dei casi già citati si aggiungono le immagini – a giusto titolo definite meravigliose da Cesana – delle edizioni della “Kelmscott Press” modellate dalle mani del poliedrico artista inglese William Morris, spentosi prematuramente per aver vissuto caparbiamente troppe vite in una, come ricorda Borsani citando le parole del medico di Morris. Seguono copertine di altre vicende editoriali affrontate nel volume: quelle di tendenza della “Hanuman Books”, stampate in India tra gli anni Settanta e Novanta e curate dal pittore Francesco Clemente; quelle eleganti delle “Edizioni di Via Letizia” dell’architetto Gio Ponti (appena sei, uscite nel 1937), e quelle della “Biblioteca italiana” dell’eclettico e misterioso architetto Edoardo Persico, artista-editore con un solo libro all’attivo, pubblicato nel 1928, e scampato – come sottolineato da Borsani – alla tentazione di avviare una casa editrice per pubblicare le proprie opere. Al termine delle nove storie sorprendenti, le cui vicissitudini spesso si intrecciano e si ritrovano vicendevolmente, il menzionato capitolo conclusivo si chiude evocando il sottotitolo del libro, nel quale sono ribadite le ragioni per cui tutti i protagonisti presi in esame, già in possesso di un’aura di artisti, sono stati tentati anche dall’ebbrezza di mettersi in testa, sia pure spesso per poco tempo, «l’aura e l’aureola dell’editore».

A parte alcuni casi, trattati in entrambi i libri, e riguardanti le piccole case editrici di Gio Ponti ed Edoardo Persico, tra gli elementi più evidenti che accomunano i volumi di Borsani e Gambetti può individuarsi il ruolo fondamentale di scouting svolto dai piccoli editori: autentici anticipatori nel cogliere e lanciare, ben prima degli editori “maggiori”, le tendenze culturali emergenti, le forme innovative di scrittura e nuovi autori, spesso controcorrente, rispetto ai quali nessuna casa editrice mainstream si era fino a quel momento sognata di scommettere.

Dall’introduzione di Cesana è emerso che Lucio Gambetti ha voluto raccogliere le storie di cento micro-sigle di editori di libri memorabili nel Novecento, poiché questo secolo può ritenersi il «secolo dell’editoria» – data l’ineguagliabile ricchezza dei modi e della varietà libraria, prima ancora dei «fenomeni di concentrazione editoriale e poi digitale» del secolo in cui viviamo. Da assiduo frequentatore delle librerie remainders, Gambetti confida di essere rimasto affascinato dalla materialità roboante delle creazioni di questi microeditori poco noti, emergenti come gemme luccicanti in quelle inestimabili miniere, ormai pressoché scomparse, con libri stipati ovunque, che balzano alla sua attenzione sia per l’accattivante originalità che per i contenuti alternativi e controcorrente proposti. Ecco allora che, attraverso cento schede ordinate cronologicamente – corredate di brevi profili storici, elenchi bibliografici e cataloghi –, frutto di ricerche dettagliate, viene raccontata la storia del nostro Paese. Introdotto da una presentazione a cura di Alberto Cadioli, il racconto si snoda lungo sette capitoli, ciascuno preceduto da un breve inquadramento storico, partendo dai primi anni del secolo e passando attraverso il periodo tra le due guerre, la Seconda guerra mondiale, il secondo dopoguerra e gli anni Sessanta e Settanta.

Gambetti individua anche libri progettati ma rimasti inediti, annunciati per iscritto tra i volumi in uscita, ma alla fine mai pubblicati e caduti nel dimenticatoio da cui lui ha finalmente spazzato via la polvere accumulatasi finora. Dopo aver evocato i primi diciassette «editori meteora», così soprannominati per aver pubblicato un solo libro (Marinetti, Quasimodo, Prezzolini e Saba), Gambetti cita alcuni casi emblematici che lo hanno impegnato durante il suo accurato lavoro di ricerca su editori più o meno “occasionali”. Ad esempio, le vicende della “Edizione del Giornale Verde e Azzurro” nella Milano di inizio Novecento, fondata da Umberto Notari, genio ante litteram del marketing per via dei suoi sensazionali nonché variopinti eventi creativi di lancio e promozione; “La Stella Alpina” del 1955 in provincia di Verona, caso singolare di microeditoria di una rivista e di “libri d’artista” curati dal maestro elementare Giovanni Faé e dai suoi alunni. Sollecitato da Roberta Cesena sui casi più memorabili, Gambetti ha indicato ne Il libro del bambino di Corrado Govoni del 1919 – l’edizione con piatti in legno rilegati –, nella casa editrice “Il Viandante” di Tomaso Monicelli nel 1910 – alla quale a suo giudizio Mondadori deve molto –, e in quella del libraio-antiquario Roberto Palazzi i casi per lui più significativi.

Insomma, le molteplici storie raccontate dai due autori sono legate dal filo di una collana che tiene assieme tante perle inestimabili. A evocarle sono le atmosfere stesse richiamate da Borsani nel capitolo sui coniugi Woolf, dove veniamo trasportati sull’isola di Ceylon al tempo dell’opprimente imperialismo britannico e i cui mari erano frequentati dagli audaci pescatori di perle. In fondo, anche questi piccoli editori assomigliano a tanti pescatori di perle che, barcamenandosi tra le onde agitate dei marosi del mercato editoriale, riescono a scorgere per primi, portandoli in superficie con rischio e fatica veri e propri gioielli scritti da autori sconosciuti ma che brillano di luce propria, chiusi ancora nei loro ignoti gusci che giacciono nei fondali in attesa di qualche coraggioso esploratore che abbia finalmente la lungimiranza di scoprirli. Sono i microeditori a intuire il valore di queste perle, tirandole a lucido per incastonarle in limitate edizioni di pregio, talvolta circoscritte ad appena un paio di orecchini (è il caso di Balzac éditeur-propriétaire), a un unico anello (come accaduto a Edoardo Persico o agli “editori meteora”), o in qualche caso più fortunato a una più lunga collana. Vale perciò la pena di citare un altro celebre scrittore francese, Gustave Flaubert, parafrasando le sue parole sull’abilità degli scrittori dei nostri piccoli editori: «Le perle compongono la collana, ma è il filo che la fa. Infilare le perle senza perderne una sola e tenere il filo con l’altra mano: ecco la malizia». Sta dunque qui il fil rouge che accomuna le storie di tutti questi piccoli editori, come pure l’abilità dei due autori nel narrarcele attraverso un’ordinata successione.

Al termine della presentazione, interrogati sull’utilità degli strumenti digitali nel mondo della piccola editoria e sulla presunta nostalgia verso il mondo dell’editoria novecentesca che potrebbe animare le rispettive ricerche, Borsani e Gambetti affermano che l’editoria digitale, pur rappresentando uno strumento utile, da loro stessi fruito, non potrà mai rimpiazzare l’insostituibile materialità dei libri: oggetti fisici, talvolta di pregevole fattura artigianale in grado di coinvolgere tutti i sensi. Infine, più che di nostalgia verso un coinvolgente periodo ormai trascorso, gli autori preferiscono associare i loro lavori a un sentimento di affetto. La nostalgia, unita a un pizzico di invidia, viene a noi giovani, dato che quel mondo abbiamo avuto la fortuna di viverlo soltanto nei film, nei documentari o nelle pagine di libri come i due presentati. Libri che meritano di essere letti per le storie memorabili di cui sono testimoni: storie di piccole case editrici nate dal niente, a volte per puro caso, altre volte come modo di dilapidare le ricchezze – rivela divertito Borsani –, talvolta per sfizio o diletto, come ha scritto Gambetti. Ma ciò che più conta, riferisce Borsani, è il carattere alto e ideale dei tentativi dei loro editori, ambiziosi di far arrivare la bellezza a tutti (pur col paradosso dei «libri per pochi»), secondo modalità diverse, dovendo spesso fronteggiare ostacoli di varia natura. Tentativi di artigiani «tutti apprezzabili a loro modo», per i quali si attaglia quanto scriveva William Morris: «Non sono stati invece uomini come voi e me, artigiani che non hanno lasciato nomi dietro di sé, non hanno lasciato altro che il loro lavoro?».

Uscendo dalla sala l’impressione più forte che riecheggia può essere riassunta dal motto “piccolo è bello”. Dopo così tante suggestioni a proposito di microeditori dotati di poteri taumaturgici, piccoli “santi” artefici di grandi miracoli, mi affiora alla mente ciò che scriveva Gianfranco Dioguardi sulla figura dell’editore-imprenditore e mago, «perché in ogni caso è in grado di anticipare il futuro producendo qualcosa che comunque nel futuro vivrà». Ebbene, tutti questi micro-editori “memorabili” riscoperti da Borsani e Gambetti, microimprenditori di penne altrui oppure artisti “in cerca di autori”, piccoli nella dimensione ma non nel valore, in fin dei conti maghi lo sono stati, in quanto artefici di magie grandi e indimenticabili.

Link all’evento: https://bookcitymilano.it/eventi/2021/grandi-autori-piccoli-editori

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