Il Medioevo dopo il Medioevo, Bookcity 2021

Report di Giorgio Nozza

Il 18 novembre 2021 si è tenuto presso la sala Malliani dell’Università degli Studi di Milano l’evento Bookcity 2021 Il Medioevo dopo il Medioevo. La presentazione del libro Il falso e la storia. Invenzioni, errori, imposture dal medioevo alla società digitale, a cura di Marina Gazzini, edito in forma digitale dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli è stata occasione di discussione su uno dei periodi storici – il Medioevo – maggiormente soggetti, nel presente come nel passato, a riletture, mistificazioni e stereotipi. Dalle riflessioni sono emersi elementi utili a forgiare una consapevolezza pubblica e condivisa dei pericoli non solo delle fake news e dei falsi materiali, ma anche dei luoghi comuni e della cosiddetta Cancel culture.

Il testo affronta infatti la tematica del “falso”, dall’epoca medievale fino alla contemporaneità. Attraverso i vari saggi pubblicati nel volume, emergono svariati esempi di falsi storici e stereotipi: dai documenti alle mappe, dalle teorie pseudo-storiche alle finzioni medievalistiche, dall’abbattimento delle statue ai videogame. Tali tematiche vengono affrontate grazie al contributo di vari storici, tra cui un diplomatista e un filologo (nell’ordine dell’indice: Tommaso di Carpegna Falconieri, Marina Gazzini, Antonio Brusa, Maria Elena Cortese, Paolo Chiesa, Amedeo Feniello, Michele Ansani, Thomas Frank, Gianmarco De Angelis, Francesco Mores), permettendo così una lettura più ampia della questione.

Il giornalista Marco Brando introduce e coordina la presentazione. Il suo intervento di apertura ruota attorno ai concetti di “medioevo” e “medievale”, due termini spesso usati in forma dispregiativa, soprattutto in ambienti giornalistici. Seguendo questo discorso, Brando muove una severa critica verso i suoi colleghi, annoverati tra i protagonisti della diffusione di un’idea falsata del medioevo nell’opinione pubblica. La critica non si limita alla sola categoria giornalistica, ma si estende alla più ampia categoria dei politici, i quali in più occasioni hanno usato il concetto di “ritornare al medioevo” per denunciare un atteggiamento di eccessiva chiusura politica verso alcune tematiche sensibili. Brando pone in risalto la problematica della creazione stereotipata del medioevo non solo da parte delle due categorie professionali sopracitate, bensì anche in altre sedi, come nei programmi televisivi di ‘divulgazione’ storico-scientifica e nelle aule delle scuole (dalla primaria alla secondaria di secondo grado). L’intervento di Brando mostra, dunque, come la questione del falso sia ormai radicata in molti contesti nei quali stereotipi ed errori vengono riproposti in continuazione, dando vita – così – a un’‘eredità’ a livello informativo che viene trasmessa di generazione in generazione (e di cui un lampante esempio è l’errata rappresentazione del medioevo quale periodo buio). Concludendo il suo intervento, Brando ricorda le principali domande che il testo presentato solleva: chi crea il falso? perché? in quali contesti?

Marina Gazzini, docente di Storia Medievale e di Comunicazione storica e Public History presso l’Università degli Studi di Milano, prende quindi la parola spiegando qual è stata la genesi del libro da lei curato e del suo contributo all’opera, dedicato alle teorie pseudo-storiche che mettono in discussione la cronologia ‘classica’ del medioevo e di altri periodi storici. Gazzini si sofferma, in particolare, sull’uso pubblico della storia, sottolineando l’idea che gli storici dovrebbero interagire maggiormente con il grande pubblico, creando una sorta di vademecum per uno studio critico di qualsiasi informazione. Il volume su Il falso e  la storia non ha fini manichei, non intende indicare ciò che è giusto o sbagliato, chi è cattivo e chi è buono: piuttosto mira a indagare le ragioni della creazione dei falsi. Gazzini ricorda che il “falso” è molto più interessante del “vero”, in quanto suscita più domande, tra cui ne spiccano due in particolare: perché è stato creato? da chi è stato fabbricato?

L’intervento successivo è di Antonio Brusa (già docente di Didattica della Storia presso l’Università di Bari). Nel volume, egli indaga l’evoluzione del mito di Cristoforo Colombo, evidenziando come la rappresentazione della sua figura e i sentimenti ad essa collegati siano andati modificandosi nel corso del tempo, fino ad arrivare alle contestazioni odierne. L’intervento non si sofferma tanto sulla figura di Colombo in relazione alla sua mitizzazione nella storia americana, quanto sull’uso della ‘pseudo-storia’ in campo scolastico e politico. In tal senso, Brusa spiega come l’obiettivo di distorcere la storia sia spesso politico. Creando nuove identità comunitarie (poi modellate e assorbite), la ‘fanta-storia’ si allontana dalla realtà. A tal proposito, lo studioso cita l’esempio della distorsione del racconto storico da parte di Recep Tayyip Erdogan, capo di Stato turco che ha cercato di dimostrare come l’America sia stata scoperta in realtà dai turchi e non da Colombo. La scoperta sarebbe, inoltre, confermata da un atlante turco che sembrerebbe riportare la prima rappresentazione del continente americano della storia. Brusa si sofferma quindi sulla massiccia presenza di stereotipi ed errori storici nei manuali scolastici, talvolta inestirpabili in quanto “convinzioni” fossilizzatesi nelle menti degli editori stessi. Brusa mostra come ciò causi un grosso danno alla materia della storia, che ne risentirebbe in termini di aggiornamento dei contenuti e scientificità. Concludendo, Brusa invoca la libertà insegnamento, ma in una visione scientifica e deontologica: due aspetti che porterebbero alla affidabilità di quanto viene scritto nei testi scolastici.

La parola passa, poi, a Paolo Chiesa, ordinario di Filologia mediolatina e Filologia umanistica presso l’Università degli Studi di Milano. L’intervento è incentrato nello specifico sul caso della mappa di Vinland, spiegando come il dibattito sull’autenticità di quest’ultima tra gli studiosi europei e americani sia durato per diversi decenni. Gli studiosi europei erano già convinti che la mappa fosse un falso clamoroso, mentre gli americani si erano ancorati alla convinzione di autenticità. Chiesa mostra come le scienze “dure” non siano riuscite a dare una risposta risolutiva al caso. Solo con un’analisi filologica metodica è stato possibile, infatti, a trovare una risposta definitiva che ha posto fine alla querelle. Dopo di che, Chiesa invita alla riflessione attraverso alcune domande: perché il dibattito è durato circa cinquant’anni? perché questa mappa ha ingannato illustri studiosi? Le risposte sono simili a quelle già anticipate da Marina Gazzini: il falso è più affascinante del vero e dunque piace di più. Anche Chiesa concorda sul fatto che il problema principale riguarda soprattutto i ‘non addetti ai lavori’, che non hanno esperienza di metodologia critica e che per questa ragione sono più portati a veicolare informazioni false, specialmente sul web.

Infine, Francesco Mores, docente di Storia della Chiesa presso l’Università degli Studi di Milano, chiude l’incontro offrendo un’analisi dell’Introduzione al volume ad opera della curatrice. Mores sottolinea come molti passaggi rimandino a Marc Bloch, al quale si deve una raffinata impostazione della problematiche delle false notizie, da La guerra e le false notizie del 1921, in cui lo storico francese analizzava i casi di notizie false circolanti tra i soldati al fronte, a l’Apologia della storia, composta nel 1944. Ma la questione è ben risalente: Mores ricorda come nell’Introduzione si riprenda Tucidide e in particolare un brano nel quale egli lamenta come molte notizie – che noi oggi chiameremmo fake news – venissero usate dagli storiografi senza verificare se fossero veritiere o meno. Da ultimo,  viene menzionata la citazione di un altro grande storico francese, Jacques Le Goff, il quale scrisse nel suo Monumento e documento che «ogni fonte andrebbe considerata una menzogna», rovesciandone la prospettiva: ogni menzogna è fonte.

L’evento, prima di concludersi, lascia al pubblico la possibilità di intervenire. Tra le domande, ne emergono due che risultano in linea con i due macro-temi che hanno fatto da sfondo all’evento: l’uso politico e giornalistico della storia e i problemi dei falsi. Nel primo intervento si chiede se l’uso del termine “medievale” sia un’effettiva storpiatura dell’idea del medioevo da parte dei giornalisti o se si tratti meramente di un uso consapevolmente errato di tale concetto. A questa domanda Brando risponde che il concetto di medioevo, oltre a essere usato in forma sbagliata dai giornalisti, è diventato un luogo comune che semplifica e fa comodo. La seconda domanda verte sulla possibilità che questo stereotipo del medioevo sfumi o sia destinato a perpetuarsi nel futuro. A tale interrogativo, Mores risponde dicendo che il concetto di medioevo è sempre marcato da schieramenti opposti: il medioevo come epoca di buio o di luce, coloro che amano il medioevo e coloro che lo disprezzano. Ed è proprio per il fatto che l’idea del falso è radicata nello spirito umano che l’idea mistificata del medioevo non sparirà facilmente.

Link all’evento: https://bookcitymilano.it/eventi/2021/il-medioevo-dopo-il-medioevo.

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